
La mela, il frutto più conosciuto del mondo e apparentemente il più banale, nasconde un’affascinante storia che affonda le sue radici nel mondo del mito. Secondo Plutarco questi frutti venivano donati come pegno d’amore e le giovani spose prima di congiungersi col proprio sposo erano tenute a mangiare una mela cotogna. La parola deriva dal latino malum,i, inevitabile il parallelismo al peccato originale, anche se nella Bibbia la parola non appare mai, si parla di καρπού, frutto. L’immagine della mela racchiude significati e valori differenti: è l’incarnazione di vizi, virtù, umane e divine; frutto catalizzatore di un processo di metamorfosi che lascia dietro di sé un mondo alterato. Così come la mela donata da Eris, dea della discordia, scatenò la guerra di Troia, la mela di Biancaneve è l’oggetto che scatena un conflitto di valori.
L’innocente principessa dalla carnagione diafana, simbolo di bellezza eterea ritorna sui grandi schermi nella rivisitazione Snow White. Il live action Disney che dopo mesi di polemiche e critiche arriva nelle sale ha ben poco della fiaba originale, o meglio, secondo un criterio prettamente filologico le fiabe sono racconti tramandati oralmente, pertanto soggetti inevitabilmente a diverse interpretazioni. Ciò che è giunto fino a noi lo si deve al lavoro svolto tra il 1812 e 1814 dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, ma la versione che è rimasta nella memoria collettiva ed ha influenzato generazioni di spettatori è quella di Walt Disney nel 1937, Biancaneve e i Sette Nani, icona culturale che è metro di paragone per le successive versioni.
Il fiume di critiche di cui è stato inondato SnowWhite pone una serie di interrogativi: in primis la questione circa l’attrice protagonista che, con la sua carnagione, ribalta totalmente l’idea tradizionale del personaggio e ne distorce l’immagine classica.
Fino a che punto vale la pena sacrificare la storia o quantomeno elementi cardine in nome di una rivisitazione moderna nel segno di una retorica dell’inclusività, del politically correct per farne un film woke? Ed in tale contesto la decisione di escludere i sette nani dal titolo, sostituendoli poi con intelligenza artificiale e computer grafica, solleva l’altra questione: dove risiede l’inclusività se non nell’opportunità di rappresentare pienamente tutte le diversità anche e soprattutto attraverso il cast umano? Perché ripiegare sull’artificio digitale e non assumere attori nani? Perché ancora una volta l’IA deve rimpiazzare il lavoro umano? Ed ancora. Una principessa senza principe, il cui ruolo è sopperito dal ladro, che evoca reminiscenze del bandito di Rapunzel, il fantastico Flynn Rider. La strega cattiva, interpretata da Gal Gadot, è un personaggio privo di spessore e di identità, come se non riuscisse a emergere nella sua piena potenza.
Niente bara di cristallo. Niente magia. Si potrebbe pensare ad un’eroina simbolo del “pink power”, una principessa che si salva da sola, indipendente e forte. In realtà, non è così. Nessun atto di coraggio. Nessuna autoaffermazione. La protagonista si risveglia grazie al “bacio del vero amore”, un gesto che, in tale contesto, perde gran parte del suo significato originale ed appare come un richiamo vuoto, una reliquia di un passato che non trova più posto in una narrazione moderna.
Non c’è magia, non c’è il fascino del sogno che animava l’animazione classica. Un nuovo film, creato ex novo, avrebbe potuto affrontare con maggiore cura e attenzione temi universali come l’amore, la bellezza e la crescita interiore. La tematica del contrasto tra bellezza interiore ed esteriore avrebbe potuto essere esplorata in maniera più profonda e sensibile, ma viene soltanto accennata, lasciando un senso di incompiutezza. In una rivisitazione moderna la mela sarebbe potuta essere metafora per la ricerca incessante e tossica degli ideali di perfezione, illusori e distorti, che dominano la società contemporanea. Quegli ideali che non rispecchiano la realtà, il reale, sono intrisi di stereotipi ed aspettative che hanno una pesante ripercussione a livello psicologico.
Come la mela, che dietro la sua apparenza succosa cela un inganno letale, così questa distorsione della realtà spinge l’individuo verso l’autosabotaggio, l’insicurezza e la perdita di identità, alimentando un circolo vizioso di insoddisfazione che mina il benessere psicologico e la percezione di sé.
Forse avrebbe avuto tutto più senso, piuttosto che stravolgere un capolavoro intramontabile, rischiando di ricadere in nuovi stereotipi, che non fanno che riproporre, in forma diversa, le stesse contraddizioni da cui si cercava di fuggire.
E tu cosa ne pensi? Ti è piaciuto SnowWhite? Cosa cela la tua mela della discordia?
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Carmela Papa